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Il “vulva dress” al Madame Tussauds: l’abito perfetto per selfie con doppi sensi

Il vestito Gabriela Hearst che ha incuriosito ai Golden Globes pronto a divertire il pubblico del museo delle cere

Gillian Anderson vulva dress Gabriela Hearst Madame Tussauds
L'attrice tocca le vulve ricamate

Due Gillian Anderson, stesso abito, stesso sguardo sorpreso. Ma solo una è vera. L’altra è di cera… e indossa il celebre “vulva dress” che ha fatto impazzire il red carpet dei Golden Globes. Il vestito dei doppi sensi ora si mostra al Madame Tussauds e promette sguardi, applausi… e qualche occhiata maliziosa.

“Chi è chi?”: Il primo incontro tra le Gillian

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Il primo incontro tra Gillian Anderson e la sua copia in cera

Immaginate la scena: Gillian Anderson che fa un passo verso la sua sosia in cera al Madame Tussauds di Londra. Il vestito è lo stesso che tanto fece parlare di sé sul red carpet: il “vulva dress” o “yoni dress”, come lo definì lei (in pratica un abito costellato da una cascata di vagine).
In queste foto (occhi sgranati, labbra semiaperte, un’espressione tra lo stupito e l’orgoglioso) c’è tutto il contrasto tra la serietà di una statua e la vivacità di chi la guarda. Ironia involontaria? Forse sì. Magia pura? Oggettivamente anche.

Doppia provocazione 

Gillian Anderson vulva dress Gabriela Hearst Madame Tussauds
La Anderson e il suo clone

Il “vulva dress” non è un semplice abito da red carpet. Creato da Gabriela Hearst, è un abito color crema con corsetto, lungo fino a terra e coperto di ricami. A prima vista sembrano fiori, grosse peonie, ma basta un secondo di osservazione in più per capire cosa rappresentano.
Un messaggio che all’epoca aveva fatto sollevare sopraccigli, curiosità e applausi. E vederlo dal vivo (o quasi) al famoso museo delle cere londinese vuol dire guardare la provocazione in faccia con ironia, con rispetto, e con un bel pizzico di audacia.

Il “vulva dress” è una dichiarazione di potere 

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La foto con la salsiccia, per giocare sui doppi sensi

Secondo Gillian Anderson (che interpreta una terapeuta sessuale nel suo show Sex Education) la sua scelta su quel red carpet era “brand appropriate”. Si trattava di celebrare la libertà, la corporeità e il femminile senza filtri e senza pudori. La parola “yoni” (termine sanscrito che allude a vulva, utero, e vita femminile) non è stata usata per caso. L’abito quindi, più che una rivoluzione sartoriale vuole essere un inno alla consapevolezza del corpo. Poi, ovvio, nella sua uscita c’è stato spazio anche per allusioni e provocazioni, come la foto con la “salsiccia da abbinare al vestito”.

Perché questo look vale una visita al Madame Tussauds

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La statua di cera esposta al Madame Tussauds

È l’occasione per il pubblico normale (non solo i paparazzi) di guardare da vicino un capo che è già storia di moda e attivismo.
È un mix perfetto di humor, provocazione e stile: un’idea di femminilità libera, sfrontata, autocelebrativa. Perché questo abito non è solo moda: è un invito a guardare. A fare domande. A ridere, ma anche a pensare.
E, diciamolo, è irresistibile: chi non vorrebbe un selfie con questo “vulva dress” e postarlo con caption giocate sui doppi sensi, tipo “amore per il dettaglio”. Se non state pianificando una gita a Londra, guardatelo nella gallery.